Una nuova tecnica di preservazione fertilità oncologica sta offrendo speranza concreta a pazienti giovani con tumori pelvici. Almeno otto bambini sono nati da donne che hanno subito un intervento chirurgico sperimentale capace di proteggere utero e ovaie durante radioterapia e chemioterapia per cancro intestinale o rettale. La procedura, pionieristica quanto elegante nella sua semplicità, consiste letteralmente nello spostare temporaneamente gli organi riproduttivi fuori dalla zona di trattamento.
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Come funziona la tecnica di preservazione fertilità oncologica

Il principio alla base dell’intervento è sorprendentemente diretto. Prima di iniziare radioterapia o chemioterapia per tumori pelvici, i chirurghi eseguono un’operazione per riposizionare utero, tube di Falloppio e ovaie. Questi organi vengono letteralmente cuciti alla parete addominale superiore, sotto le costole, lontano dal campo di radiazione. Una volta completato il trattamento oncologico, gli organi vengono riportati nella loro sede naturale.
Daniela Huber, ginecologa-oncologa presso l’Ospedale di Sion in Svizzera, ha eseguito il primo intervento europeo di questo tipo. La sua paziente, 28 anni, aveva un tumore rettale di quattro centimetri. Inoltre, la donna desiderava preservare la possibilità di avere figli, ma in Svizzera la maternità surrogata è illegale, rendendo inutile il semplice congelamento degli ovociti se l’utero fosse stato danneggiato.
I risultati clinici della procedura
Il piccolo Lucien, nato in Svizzera, è stato il quinto bambino al mondo e il primo in Europa a nascere dopo questo intervento. Da allora, almeno altri tre neonati sono venuti al mondo grazie alla stessa tecnica. Reitan Ribeiro, il chirurgo brasiliano che ha pionierato la procedura presso l’Erasto Gaertner Hospital di Curitiba, ha eseguito personalmente l’intervento 16 volte. Secondo le sue stime, complessivamente potrebbero esserci stati circa 40 casi in tutto il mondo, con équipe mediche negli Stati Uniti, Perù, Israele, India e Russia.
L’intervento chirurgico richiede tra le due e le tre ore. Huber lo descrive come “una dissezione delicata” ma non particolarmente complessa per chirurghi esperti in isterectomie. Di conseguenza, i punti di sutura vengono rimossi dopo circa una settimana tramite piccole incisioni, mentre il tessuto cicatriziale mantiene gli organi nella nuova posizione durante tutto il trattamento oncologico.
Il percorso dalla diagnosi alla gravidanza
La paziente svizzera di Huber ha seguito questo protocollo:
- Intervento di riposizionamento degli organi riproduttivi
- Due settimane di recupero post-operatorio
- Ciclo completo di radioterapia e chemioterapia
- Rimozione chirurgica del tumore (ormai ridotto e invisibile alle scansioni)
- Riposizionamento degli organi nella sede pelvica originale
- Gravidanza naturale dopo otto mesi, senza ricorso alla fecondazione in vitro
Tuttavia, la gravidanza non è stata priva di complicazioni. Intorno al settimo mese, il feto mostrava segni di crescita rallentata, probabilmente a causa di problemi nell’irrorazione placentare. Nonostante ciò, il bambino è nato sano.
Rischi e prospettive future della preservazione fertilità oncologica
Come ogni procedura chirurgica, anche questa tecnica di preservazione fertilità oncologica comporta rischi. Gli organi potrebbero subire danni durante l’intervento, e in caso di tumori più avanzati esiste il rischio teorico di diffusione. In un caso tra i pazienti di Ribeiro, l’utero ha subito un’insufficienza funzionale dopo l’operazione.
“Siamo ancora nella fase di raccolta dati per creare una procedura standardizzata”, spiega Huber. Ciononostante, la ginecologa svizzera è ottimista: spera che sempre più giovani donne con tumori pelvici possano beneficiare di questa opzione. Per questo motivo, la collaborazione internazionale e la pubblicazione dei casi clinici sono fondamentali per perfezionare la tecnica.
Una lezione di innovazione medica
La storia di questa tecnica chirurgica inizia con una paziente brasiliana di 26 anni che, dopo aver sentito da numerosi medici che il trattamento oncologico avrebbe distrutto la sua fertilità, implorò Ribeiro di trovare una soluzione. Il chirurgo non accettò lo status quo. “Tutti dicevano che non c’era nulla da fare in questi casi”, racconta Ribeiro, ora presso la McGill University di Montreal. “Dobbiamo continuare a evolverci e cercare risposte diverse.”
Quando Huber vide Ribeiro presentare il primo caso a una conferenza nel 2017, comprese immediatamente il potenziale. Tuttavia, i suoi colleghi erano nervosi. “Quando ho presentato questa idea al chirurgo generale, non ha dormito per tre giorni”, ricorda. Finalmente, dopo aver visionato i video dell’équipe brasiliana, si convinse della fattibilità.
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La prima paziente di Ribeiro, quella che nel 2017 aveva dato il via a tutto, ha recentemente dato alla luce una bambina: la sua seconda figlia. Un risultato che dimostra non solo l’efficacia della tecnica, ma anche la sua riproducibilità nel tempo. Équipe mediche in diversi centri internazionali di medicina riproduttiva stanno ora adottando il protocollo, contribuendo a costruire una base di evidenze sempre più solida.
Infine, questa innovazione rappresenta un cambio di paradigma nella cura oncologica: non più solo guarire dal cancro, ma farlo preservando la qualità della vita futura. Per giovani pazienti che affrontano diagnosi devastanti, sapere che la maternità rimane un’opzione concreta può fare una differenza psicologica enorme durante il difficile percorso terapeutico. Maggiori informazioni sulle tecniche di preservazione della fertilità sono disponibili presso l’American Society for Reproductive Medicine, che fornisce linee guida aggiornate per professionisti e pazienti.








